Il Castello dei Lincei - sezione cultura


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I fratelli Meucci: Filippo

Risorgimento

Le informazioni sono tratte dalla monografia contenete il discorso
letto in San Polo dei Cavalieri
il XX settembre MCMIV
e ristampato a cura del Municipio
in omaggio all'autore
Comm. CESARE ing. LEONARDI
IN MEMORIA DI FILIPPO E GIUSEPPE MEUCCI E MASSIMO TRUSIANI
(leggi intero discorso)

Filippo Meucci: il letterato filosofo

Filippo Meucci nacque nel 1805. Fu uomo di lettere e poeta, scrisse tragedie e drammi, liriche e satire. Patriota ardente patì prigionia nel 1831, allorchè la sollevazione della Romagna fece per un momento sperare allo scarso drappello dei liberali romani la fine di quel Governo che non doveva cadere per sempre se non 40 anni più tardi. Dalle sue tragedie e dai suoi drammi, la fratesca censura pontificia tagliava scene intere, pur qualche frase, qualche gesto vi passasse inavvertito dai revisori, colto al volo dai giovani patrioti che applaudivano fragorosamente e trascinavano quasi incosciente l’intero uditorio. Ma se la platea batteva le mani, la polizia proibiva le rappresentazioni e ammoniva l’autore.
Dal 1846 al 1849, e poetando, e scrivendo, e arringando, fu apostolo dell’idea liberale e della emancipazione dallo straniero. Il Governo della Repubblica lo mise a capo del Ministero di polizia; ma tenne per poco l’ufficio, e presto depose la non ambita carica. Onorevoli furono le ragioni di questa sua determinazione, né io la voglio tacere.
L’Italia ha un grande debito di riconoscimento verso la Repubblica Romana del 1849. La eroica difesa di Roma illuminò di splendida luce il tramonto di una rivoluzione immatura, fiacca, macchiata da defezioni resa ridicola talvolta da ingenue puerilità. Ma il triunvirato di Mazzini, Saffi ed Armellini quanto era fermo ed invitto contro la prepotenza straniera, tanto era irresoluto e timido in casa. Una mano di esaltati e di violenti (e tra essi anche qualche ribaldo) sotto pretesto di difendere la Repubblica dai traditori, commetteva soprusi e peggio , come se leggi e giudici la Repubblica non avesse. Filippo che era stato perseguitato dal Governo dei preti non voleva persecuzioni; ma intendeva che la legge e la libertà, tutti proteggessero non esclusi i preti. Risoluto ed intrepido com’era, gli sarebbe bastato l’animo di por fine agli abusi, ma non trovò nel Governo uguale determinazione; ed allora con nobilissima lettera si dimise dall’ufficio. Non perciò la Repubblica rinunciò a servirsi di lui; che lo chiamò a Segretario del Triunvirato, e presso questo rimase finchè Roma non venne in mano dei Francesi. Molti che meno di lui avevano e parlato, e scritto ed operato, si fuggirono precipitosamente da Roma; egli rimase, sperando che la presenza dei Francesi fosse un freno alle vendette del restaurato Governo pontificio; egli pure nullo temeva da un regolare processo, forse anche lo desiderava; ma quando vide infuriare la più cica e spietata delle reazioni, e fatto certo che anche egli ne sarebbe vittima indifesa, chiese ed ottenne da Massimo D’Azeglio (allora Presidente dei Ministri a Torino, che del Meucci aveva assai stima) un salvacondotto, e si ridusse in Piemonte.
Quivi si dedicò all’insegnamento; fu preside di Ginnasi e di Licei in Carmagnola e più tardi in Ferrara e finalmente in Pisa. I professori e glii studenti degl’Istituti che ei resse amò come figlioli, e ne fu come padre, venerato ed amato; perché umano, perché dotto, perché giusto.
Essendo in Pisa, nei primi mesi del 1863, la sua salute si alterò; consultò più medici, e tutti concordemente affermarono trattarsi d’indisposizione lieve passeggera, cosa da non badarci. Egli no, che subito fu certo di dover morirne: << sento – son queste le sue parole – sento che in me le fonti della vita sono esaurite >>. E diceva il vero; chè lentamente, senza una malattia che avesse allora un nome nella medicina, senza rimorsi e senza paura, senz’altro dolore che quello di lasciare incompiuta la ricostruzione della patria (la più forte, la più indomabile delle sue passioni) il 24 di luglio del 1865 si spense, varcato da poco l’anno sessantesimo.


Vita di Filippo Meucci, così come letta dal comm. Cesare ing. Leonardi presso il Municipio di San Polo dei Cavalieri il 20-09-1904

INNO POPOLARE A PIO IX
DI FILIPPO MEUCCI E GAETANO MAGAZZARI
Il testo fu scritto il primo gennaio 1847 da Filippo Meucci, buon patriota e letterato originario di San Polo dei Cavalieri.
Musicato da Gaetano Magazzari, fu immediatamente cantato per le vie di Roma e conobbe una notevole diffusione anche altrove. L’entusiasmo popolare per papa Pio IX, soprattutto dopo le sue parole, certamente significative, ma non scevre da ambiguità: “Gran Dio, benedite l’Italia!”, trovò espressione poetica in diverse composizioni, anche musicali
.


Del nuov'anno già l'alba primiera
di Quirino la stirpe ridesta
e l'invita alla santa bandiera
che il Vicario di Cristo innalzò.
Esultate fratelli, accorrete,
nuova gioia a noi tutti s'appresta:
all' Eterno preghiera porgete
per quel grande che pace donò.
Su, rompete le vane dimore,
tutti al trono accorrete di Pio:
di ciascuno Egli regna nel cuore,
Ei d'amore lo scettro impugnò.
Benedetto chi mai non dispera
dell'aita suprema di Dio,
benedetta la santa bandiera
che il Vicario di Cristo innalzò!
Benedetta la santa bandiera
che il Vicario di Cristo
.

Le informazioni sono tratte dall'opera
Inni di guerra e canti patriottici del popolo italiano
a cura di Rinaldo Caddeo
casa editrice Risorgimento
Milano 1915

(leggi intero volumetto (4,4 Mb)

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